Buon pomeriggio e grazie per essere qui. Molti di coloro che operano nellambito delleducazione e dellistruzione musicale, si chiedono spesso a che punto sia arrivato il nostro Paese. Vi sono segni buoni e segni cattivi. Di questi ultimi non vorremmo oggi parlare. Certo che, anche a voler essere ottimisti desta qualche perplessità che per parlare di uno strumento con funzioni ritmiche si sia arrivati a chiamare un povero violista come me.
Più seriamente, vorrei dire che cè unItalia nella quale si rincorrono le notizie di chiusura di iniziative artistiche e didattiche. E cè unintera classe politica per la quale con la cultura e con leducazione non si mangia.
Invece oggi vi parliamo di unaltra Italia, di quella della passione, della ostinata determinazione di quelli che non vogliono mollare. E cè, soprattutto, uno schieramento che sta divenendo il vero fronte politico della nostra società. Cè tutta una Italia nascosta che lavora in questa direzione, ed è una Italia che non ha nessuna luce, nessun palcoscenico. Noi lo vediamo quando si assegna a Fiesole il Premio Abbiati per la Scuola, quando scopriamo decine e decine di progetti fatti da umilissimi insegnanti della primaria e della secondaria. Progetti fatti di materiali poveri, spesso con uno strumentario francescano e ricchi solo di amore e di passione. È lo schieramento di coloro che credono fermamente nellincredibile potenziale delle facoltà intellettive dellessere umano e della necessità di nutrirle e di sollecitarle fin dalla prima infanzia. A maggior ragione, che allinterno di questo prestigioso Festival si produca la presentazione di un metodo per la diffusione facilitata del ritmo costituisce una commovente e meravigliosa eccezione. Luciano Titi fa parte, di questo schieramento con il suo accento romagnolo, con il suo ingegno tipicamente italico di vedere le cose che altri non son capaci di immaginare e di farne strumenti di gioia, di allegria e ciò che è più importante di gioia e di allegria per tutti. Ma anche in questo caso, invece di scivolare nella facile retorica del suo talento mi piace collocare il suo oggetto da un punto di vista storico. Luciano Titi, infatti, appartiene ad una lunga tradizione di insoddisfatti della pedagogia musicale che ha illustri predecessori. Trovo necessario, qui, richiamarne brevemente, tre nel campo specifico della ritmica. Lo faccio non per dare sfoggio di un sapere accademico, ma perché la didattica musicale viene ancora oggi insegnata, quando e se lo si fa, come un elemento indipendente dagli indirizzi della pedagogia e della cultura tout court. Si insegna, quando va bene il modo di impostare lallievo, qualche volta secondo una prospettiva funzionale, altre semplicemente enunciando i concetti. E lo si fa come se suonare il violino, per esempio, non fosse, da un lato una complessa operazione semiologica, dallaltro non comportasse una raffinata educazione del controllo del corpo e per ultimo non fosse uno strumento, forse il più sofisticato per comprendere se stessi in relazione agli altri. Ogni metodo, anche il più specifico, fa infatti parte di una filosofia e di un universo concettuale più vasto. Credo sia arrivato il momento di ricucire questa frattura, anche e soprattutto perché la musica ci appare in questo scorcio di apertura del terzo millennio come lo strumento privilegiato dello sviluppo di tutte le intelligenze. La musica dinsieme, in particolare appare essere oggi, non lo diciamo noi, ma ce lo dicono le neuroscienze, lunica disciplina, nellepoca delle intelligenze multiple, capace di comporle, di svilupparle armonicamente e al di là del significato individuale e sociale, darne forma concreta con un risultato artistico vero, reale. La Conoscenza delle proprie emozioni, ossia la capacità di riconoscere un sentimento nel momento stesso in cui si presenta. Quella che si chiama intelligenza intrapersonale.
Il controllo delle proprie emozioni attraverso una tecnica strumentale che non può conoscere una totale perdita di controllo. La motivazione di se stessi come capacità di dominarsi per raggiungere un obiettivo. Il riconoscimento delle emozioni altrui, ovvero lempatia, senza la quale è difficile avere un rapporto di collaborazione e di comunicazione con laltro. La gestione delle relazioni ovvero lintelligenza interpersonale. La capacità di resistere, e di giungere ad un comune obiettivo tutti insieme.
Deve essere quindi chiaro a tutti che il lavoro di Luciano Titi si iscrive in questo percorso storico e il suo atto damore, permettetemi di chiamarlo così fa parte di un contesto preciso e importante. Mi piacerebbe chiamarlo di un atteggiamento. Troppo spesso ci si concentra su cosa insegnare e non su come insegnare, perché la musica soffre ancora del preconcetto di una istruzione destinata alla professionalità di coloro che vi sono portati e non alleducazione dellessere umano. Nelloggetto di Luciano vi sono entrambe queste preoccupazioni, quella di sollecitare lintelletto e quella di costituire un approccio semplice, facilmente fruibile. Per questo a me sembra un atto damore. Il vero gesto didattico non è concepibile privo di questo slancio verso gli allievi. A maggior ragione non si può non ricordare lo spirito dellopera Jaques Dalcroze tra fine 800 ed inizio 900 e il suo sforzo per reinventare una ritmica che fosse lontana da quella disciplina bizzarra e astratta che, ancora oggi, in tutti i nostri istituti musicali pubblici e privati è il solfeggio. Dalcroze aveva intuito qualcosa che è risultato sempre più chiaro nel corso del tempo e soprattutto in questi ultimi 30, 40 anni. E cioè che non è possibile immaginare una ritmica che non contempli e coinvolga luso del corpo nella sua interezza. Il corpo è considerato da Dalcroze, il primo strumento musicale. Fa impressione, talvolta guardare filmati di straordinari strumentisti del passato e confrontarli con quelli di oggi. Dunque la ritmica dalcroziana è una educazione alla musica per mezzo della musica stessa. Quella ricerca è stata tanto intensa da produrre grandi effetti sia in ambiti artistici (danza e teatro per primi), ma anche in pratiche terapeutiche (psicomotricità, trattamento di handicap fisici e mentali). La sua era una didattica incentrata tanto sul singolo quanto sul gruppo, e, ciò che più ci interessa qui oggi, le spiegazioni degli esercizi erano estremamente limitate, elementari, perché lattività iniziava con una percezione a livello motorio per poi, solo in seguito, allargarsi alla sfera cognitiva. Pochi concetti per poi partire con le attività vere e proprie. In questa concezione gli oggetti avevano un ruolo fondamentale in quanto capaci di aiutare ad assumere consapevolezza corporea e a strutturare lo spazio, divenendo spesso fonte di contatto tra più persone. In campo specificamente musicale, invece, un importante contributo lo introdusse il libro di Paul Hindemith (mi dispiace per voi, ma si tratta di un altro violista). Il libro si chiamava Elementary training for musicians, ma in italiano la traduzione tradisce subito una certa durezza accademica: Teoria musicale e solfeggio. In realtà il sistema di Hindemith è dal punto di vista della semplicità assolutamente geniale e contempla esercizi di sviluppo della coordinazione, sul modello di certi metodi per percussionisti, che producono rapidamente un effetto positivo, assai di più della italica verbalizzazione delle note. La verbalizzazione delle note della tradizione italiana non è di per sé sbagliata. Contiene infatti un elemento di concreta validità. Il suo presupposto è che la velocità con cui si elaborano gli impulsi che permettono la parola, il nome della nota, sollecitano il sistema nervoso e lo coordinano al gesto della mano o del braccio. Non è sbagliato pensare che se un impulso è veloce e coordinato, ciò costituirà un buon inizio di un percorso ritmico, sempre se non si studiano a memoria i solfeggi. Ma da questo inizio al coinvolgimento del corpo nellattività ritmica e alla concezione mentale di ritmi complessi, da questo alla misurazione esatta della consistenza dei silenzi cè ancora una notevole distanza. Da tutte queste esigenze, cioè quella del coinvolgimento del corpo e quella di una ritmica come sviluppo delle capacità di coordinazione del cervello, si è prodotta in Italia una didattica innovativa che però è circoscritta al solo sistema Suzuki. La persona che lo ha elaborato si chiama Elena Enrico, ed è una risposta alle frequenti rimproveri che si sentono a proposito del sistema Suzuki, voi sapete che si tratta di un metodo per violino, e che spesso viene criticato per il fatto che in una prima fase i bambini suonano per imitazione. A queste obiezioni il sistema Suzuki Italiano risponde con una ferrea preparazione ritmica degli insegnanti, e con un sistema di preparazione, prima della lettura delle note che eredita la preoccupazione di Dalcroze di coinvolgere tutto il corpo e che eredita dal sistema concepito da Rolland nei primi anni 70, sviluppa lindicazione di Hindemith a proposito della coordinazione e coglie molte delle novità che le neuroscienze hanno introdotto nella campo musicale. Sono infatti le neuroscienze che ci dicono che molta parte di ciò che noi chiamiamo talento è , invece , banalmente propriocezione, cioè la sensibilità che ognuno di noi ha per le singole parti del corpo e la sua capacità di gestirle. Vi sono molte iniziative (Musica in fasce e Gordon) che si occupano di quanto per il feto, ancora nel grembo materno sia importante lascolto della musica. . Il corpo si muove seguendo le emozioni, ed è attraverso il movimento del corpo che si costruisce la mente. Emozione, movimento, mente. Torneremo su questo concetto della tridimensionalità del ritmo quando illustrerò le qualità specifiche del Tititom. Ma è bene che sia chiaro sia questo schema, emozione (suono), movimento, formazione delle sinapsi, sia il percorso inverso. Infatti, allo stesso modo, quando lemozione diviene consapevole nella mente trova attraverso il linguaggio dei sensi il modo di permettere al corpo di esprimersi. Lemozione è dunque, con certezza, parte integrante del processo cognitivo. Sembrerebbe dunque che molta della partita nella costruzione di ciò che volgarmente chiamiamo talento si giochi appena il bambino viene concepito. E qui arriva Luciano e la sua passione. Non cè infatti alcun dubbio che la società italiana e molta parte di quella mondiale siano dalla parte di coloro che si accontentano di certificare il talento come dono divino. È vero, vi sono paesi, primo fra tutti il Venezuela, ma anche molta parte del Sud- America, di cui si parla troppo poco, e anche paesi avanzatissimi come la Finlandia dove si è scelta la musica come mezzo nobile delleducazione dellindividuo, non come sistema di costruzione di giovani e dotati musicisti. Semplicemente per dare una forma di educazione al linguaggio che nel nostro paese è un diritto negato. Tutto ciò fa parte di una filosofia e di un atteggiamento che io chiamo illuministico. La domanda è se si può costruire un talento, ma soprattutto se possiamo restituire a tutti la possibilità di esprimersi musicalmente. Lo strumento di Luciano dà concretezza ad una considerazione di una disarmante semplicità: per ottenere un risultato musicale è necessario far precedere un'immagine mentale ad una azione muscolare. In campo strumentale, io la chiamo la ricostruzione mentale dei movimenti. Vale a dire la capacità dellindividuo di studiare un brano senza contatto alcuno con lo strumento. È la strada nuova che ci appare allorizzonte per una consistente riduzione dei tempi di studio. Cè un altro basilare significato nel metodo di Luciano, ed è una verità di fondo che si dimentica troppo spesso. Se uno non fa una esperienza non sa fare una cosa. Ciò vale soprattutto in campo musicale. È la grande tragedia delle ore di attività musicale trascorse a scuola a parlare della biografia di questo o quellautore o facendo qualche disegno ispirato dalla musica (Stefano e il romanticismo). La musica ha bisogno di esistere ed esiste solo se qualcuno le dà vita. Goethe, nei suoi Studi Morfologici, affermava: ogni nuovo oggetto, se ben contemplato, dischiude in noi un nuovo organo. Capita, spesso, che un grande pittore, piuttosto che un grande compositore, ci faccia vedere qualcosa che era rimasto nascosto ai nostri occhi, ai nostri orecchi. È il suono, o limmagine che dischiude in noi locchio. Luciano ha inventato un sistema che risolve molte se non tutte le difficoltà a concepire il ritmo nelle sue varianti più complicate e sofisticate. Il suo Tititom crea uno strumento sonoro che è al contempo uno strumento concettuale, di creazione del pensiero, della mente. Non vi può essere, infatti, una esperienza di ritmo senza la percezione di una organizzazione o strutturazione di una forma ossia di un ordine. Cè, nel metodo di Luciano una attenzione, del tutto originale, direi da monaco buddista a connotare la pausa e il silenzio come entità concreta. Vi è in tutto questo un atteggiamento di derivazione buddista ad esserci senza per forza dover intervenire in modo attivo. Una espressione di attenzione silenziosa. Si tratta, come ho accennato di un modello ritmico tridimensionale che vede coinvolti tre soggetti: il suono (attraverso le membrane sonore), le emozioni (che derivano dallattività stessa), i movimenti. La distanza tra il soggetto e il raggiungimento di questo risultato è cosa che compete al didatta o, come in questo caso, al genio dellinventore. Il Tititom è concepito, lo si è detto, per essere usato in gruppo, o singolarmente. Vi confesserò che quando ci siamo visti per la prima volta con Luciano avevo due sole perplessità. Una riguardava una certa concezione verticale del ritmo che noi apprendiamo in un modo che si rivela molto efficace per i pianisti, ma che non lo è per tutti gli altri strumenti, primi fra tutti quelli ad arco. Su questo tema il Tititom, e la sua capacità di adattarsi a qualsiasi posizione, la sua duttilità, mi ha profondamente rassicurato. Laltra preoccupazione era relativa alla conquista da parte dellallievo in modo graduale di una notazione musicale. O meglio del passaggio da una concezione mentale ad una che potesse essere espressa graficamente. Particolarmente mi preoccupava la fascia di età dei bambini in età prescolare laddove la concezione stessa dello scrivere e leggere non sono, ovviamente, ancora sviluppate. Dopo una brevissima rassegna compiuta assieme su alcuni metodi, Luciano si è inventato rapidamente un linguaggio originale che tiene conto delle acquisizioni più recenti della pedagogia musicale e che a me è sembrato oltre che divertente, molto efficace. Il Tititom è uno strumento che dà concretezza e misurazione alla pulsazione ritmica e dà corpo alla pausa non come elemento passivo del ritmo ma come parte vibrante della musica. A me piace perché rappresenta la volontà di dare a molti, in un modo concreto e umile, la possibilità di impadronirsi di un linguaggio. Viviamo in un mondo dove lapparenza ci dice che siamo in possesso di forme di comunicazione assolute. E più andiamo avanti in questa direzione più ci accorgiamo che le cose che abbiamo da dire e ciò che è consentito dire è, invece, sempre meno. Leducazione, e in particolare quella musicale, è divenuta sempre più costosa, e mentre ci preoccupiamo, come è giusto, del disagio delle fasce sociali più deboli, la scuola, quella di tutti i giorni è priva dei mezzi della sua stessa sopravvivenza. Le attività musicali specifiche, in particolare e nei casi migliori, sono delegate allesterno, proprio perché la scuola non ha né può permettersi le competenze specifiche di un linguaggio così complesso. È anche in questo contesto che dovete inquadrare il lavoro di Luciano Titi. Nella sopravvivenza di un atteggiamento artigianale, umile e concreto nel porgere soluzioni fruibili da tutti e, nella loro candida semplicità, intelligenti e risolutive,
grazie
Relazione della Dott.ssa Luisa Garofani tenuta il 6 giugno 2011 a Ravenna
La musica è tra noi, nella vibrazione dellaria e
dentro di noi.
Non vi sarà immediatamente chiaro perché una psichiatra stonata parla qui, di mente, musica, comunicazione, scienza e umanità. Semplice!, sono stata profondamente affascinata dallesperimento con il TITITOM di Luciano Titi, che conosco e che ringrazio per avermi affidato questo tempo con voi.
Lho visto, lho provato con Luciano e sono certa delle potenzialità non solo artistiche e musicali, infatti si è trasformato in strumento e in un metodo riproducibile per avviare una concreta rivoluzione sulla modalità di comunicazione umana. Nello stesso tempo qualcosa risuonava dentro e ricomponeva in me un mosaico di esperienza fatto di conoscenza professionale e umana.
POSSONO LA MUSICA E LARTE ISPIRARE LA SCIENZA, LA RICERCA?
SI PUO MISURARE LINTERAZIONE SOCIALE NON VERBALE, IL GRADO DI COESIONE SOCIALE, LEMPATIA O IL CONTAGIO EMOTIVO?
Oggi si sa, le Neuroscienze, ci svelano ogni giorno attraverso studi e comparazioni con laiuto di strumenti sofisticati dove accade, in quale luogo fisico si materializzano le emozioni, le più diverse da quelle esaltanti a quelle mortificanti, da come mi innamoro a dove è localizzato il centro della paura, ci fanno sapere come e quanto siamo condizionati o liberati dalla conoscenza del funzionamento della mente.
Vi voglio raccontare di quattro ricercatori scienziati di Parma diretti dal Prof. Rizzolatti , che hanno scoperto nella scimmia macaco la presenza di neuroni senso-motori specializzati che hanno chiamato Neuroni Specchio
Lo so, sembra che in questo contesto non centri nulla, ma se aspettate un attimo vi dimostrerò che centra in un modo molto speciale. Questi neuroni sono stati trovati anche negli uomini e funzionano attraverso una rete fitta di connessioni per metterci in grado di conoscere come funzionano i comportamenti degli altri (nelle intenzioni e nelle finalità), prima di saperlo con il ragionamento.Sia la scimmia che luomo, possiedono una struttura fondamentale i N S che possiamo tradurre così:
Se un dato sistema di cellule neurali si attivano sia quando si compie unazione che quando si osserva qualcuno che la compie, significa che per comprendere quello che si muove fuori abbiamo come un traduttore interno una via comune, una specie di scanner che ci fa attivare come se quello che vediamo e sentiamo lo mettiamo in atto fisicamente.
Come mai ci capiamo?
La dotazione neuro-biologica, permette di fare dentro di me ciò che vedo fare fuori di me
Questo contatto crea un legame diretto tra chi invia e chi riceve un messaggio.
In seguito a questa scoperta cambia il modo di valutare le relazioni sociali. Fino a ieri utilizzavamo la metacognizione sociale (pensare ai contenuti della mente altri) utilizzando simboli e rappresentazioni della cultura; oggi possiamo dire che la conoscenza è il frutto di un accesso diretto al mondo dellaltro.
Quando cerchiamo di comprendere il significato del comportamento altrui, il nostro cervello crea dei modelli di quel comportamento, allo stesso modo in cui crea modelli del nostro comportamento. Il risultato finale di questo processo di modellizzazione ci consente di comprendere e di predire le conseguenze dellagire altrui, così come ci consente di comprendere e di predire il nostro comportamento. (Gallese)
Tutti i possibili livelli di interazione tra le persone, quale che sia il grado di complessità e di specificità, riposano sullo stesso meccanismo funzionale: la simulazione incarnata (embodied simulation), cioè una simulazione legata imprescindibilmente a come siamo fatti e come funzioniamo nel mondo, che ci consente di costruire un bagaglio comune di certezze implicite su noi stessi e sugli altri.
La Comunicazione è basata sulla rappresentazione condivisa e il fondamento di questo sembra essere lesistenza dei Neuroni Specchio, così possiamo dire che viene usato lo stesso sistema neuronale sia per comprendere le azioni degli altri sia per eseguire le proprie.
Possiamo riassumere alcuni concetti in sintesi:
CONOSCO IL MONDO PER COME SONO FATTO IO
LO SPECCHIO DEI NEURONI SPECCHIO CAMBIA CON NOI : SONO PLASTICI, quindi si possono addestrare aumentandone la sensibilità.
GRAZIE ALLA SIMULAZIONE INCARNATA RICONOSCO IN QUELLO CHE VEDO per QUALCOSA CHE RISUONA DENTRO, DI CUI MI APPROPRIO FACENDONE ESPERIENZA E POSSO FARE MIO. LESPERIENZA MOTORIA DA SEMPRE UN VANTAGGIO PERCETTIVO.
TUTTI NORMALMENTE POSSEDIAMO UNA DOTAZIONE CHE CI METTE IN CONTATTO CORPO A CORPO, prima che con la mente COSI COSTRUIAMO INSIEME IL PROCESSO RELAZIONALE FIN DALLE PRIME ESPERIENZA DI VITA IN CONTATTO CON LALTRO come nella relazione (MADRE-BAMBINO).
La storia di come gli uomini si evolvono ci dice che LIMITAZIONE è un prerequisito fondamentale per lo sviluppo di tutte le abilità sociali, attraverso la comprensione di emozioni esperite dagli altri proprio per questo rispecchiamento reciproco, fondamento dellempatia, apriamo langusto confine del nostro mondo.
E LA MUSICA?
Lesperienza di assistere ad un concerto, vedere i movimenti del direttore dorchestra, alza le braccia, trattiene il respiro, contrae i muscoli del volto
, nellosservare con il fiato sospeso, noi siamo dentro quellemozione con tutto di noi, mente e corpo, e il luccichio dei NS intensifica la profondità del nostro emozionarci insieme in un crescendo collettivo di intenzione e di fisicità.
Apparteniamo alla stessa emozione la riconosciamo dentro il nostro corpo : la musica si fa azione dinamica, il gesto è il fulcro intorno al quale si costruisce la sintonizzazione che avviene e si attiva anche in chi ascolta come una simulazione dellesperienza nel nostro intimo corporeo.
Così come il gesto e la parola, sono un unico sistema coerente, la musica negli atti esecutivi del musicista, si rende leggibile come il linguaggio, comporta un accoppiamento intimo tra la percezione e la produzione di informazioni organizzate la cui struttura ha la capacità di comunicare significato ed emozione.
E la musica che accompagna in tutto il mondo riti, intrattenimento, porta un aiuto alla condizione umana, consola e ci predispone a stabilire relazioni: fare e ascoltare musica sono tipologie molto più vicine di quello che si pensa.
Vediamo e comprendiamo con lapparato visivo e con quello motorio.
Il coinvolgimento è fisico quasi come se guardare e ascoltare mi sollecitasse a sperimentare fisicamente sensazioni coerenti con quello che sto guardando. Lidea sonora che interpreta il musicista prende forma sia sul piano uditivo che sul piano gestuale
Lesecuzione musicale, può essere considerata un atto di natura sociale capace di evocare risonanze di natura senso-motoria ed affettiva sia per chi esegue che per quelli che ascoltano, ha una profonda natura intersoggettiva dove entrambi partecipano involontariamente allatto musicale.
LA NEUROESTETICA
V.Gallese e D. Freedberg concentrano lattenzione anche sui meccanismi neuronali che assecondano il potere empatico delle immagini . Sembra che ci sia una immedesimazione dellosservatore nella gestualità della produzione di un opera darte, una sorta di imitazione fisica e interiore della gestualità espressa visivamente. Attraverso la simulazione incarnata, per lesistenza del sistema senso-motorio, siamo tutti coinvolti nel riconoscimento delle emozioni espresse dagli altri perché permettono la ricostruzione interna di cosa stiamo provando attraverso la simulazione dello stesso stato corporeo.
E il TITITOM?
Apre infinite possibilità di comunicazione non solo sulla musica , coinvolge lapprendimento diretto, la possibilità di sperimentare l emozione creativa prima della cosiddetta educazione musicale
questo semplice strumento anche alla luce della scoperta dei Neuroni Specchio, che credo sia un mezzo per attivare la qualità umana dell immaginazione, della creatività e della conoscenza; una base comune da sviluppare insieme per dare senso e fiducia allincontro con laltro.
LA MUSICA EMOZIONA E CREA COESIONE SOCIALE SENZA LE PAROLE
Il TITITOM e i neuroni specchio, strumento e fondamento di questa possibilità.

Relazione tenuta il 6 giugno 2011 in occasione della presentazione della Dott.ssa Fawzia Selama, Logopedista e cantante.
Da quando Luciano Titi mi ha
mostrato il suo metodo chiedendo il mio parere su una eventuale
applicabilità del Tititom in ambito logopedico, la prima cosa che mi è venuta in mente è stata che uno strumento del genere
potesse essere utilizzato negli screening
per le abilità linguistiche che si fanno presso le scuole materne sui bambini che frequentano lultimo anno. I risultati dei test sono
molto utili perché evidenziano difficoltà che, se diagnosticate precocemente,
possono essere trattate e in buona parte risolte al fine di evitare che possano evolvere in veri e propri disturbi di
apprendimento. Ho avuto loccasione e il
piacere di co-condurre insieme a Luciano , unesperienzapresso una scuola materna del
territorio nel quale opero, con una sezione omogenea di 18 bambini di 5 anni divisi a gruppi di 3 con
competenze motorie nella norma. Aldilà dellentusiasmo che
tutti i bambini hanno manifestato, laspetto interessante è stato osservare che i
soggetti che incontravano difficoltà nellacquisizione delle sequenze ritmiche, miglioravano sensibilmente la loro
prestazione già nellarco della medesima seduta ed erano gli stessi che le insegnanti,
a sessione conclusa, ci hanno segnalato come bambini con problemi di carattere
cognitivo,emotivo ed espressivo. Nella mia pratica clinica,
sto sperimentando come il Tititom possa essere utilizzato nella terapia
logopedica nei disturbi specifici di linguaggio in cui sia compromesso laspetto fonologico, quello che riguarda la
costruzione della frase o entrambi. Nel primo caso il materiale
viene utilizzato associando a ciascuna sillaba un elemento di un dato colore, nel secondo i singoli elementi
vengono contrassegnati da un simbolo che corrisponde
ad un morfema. Dando per acquisito che tutto
ciò che viene proposto in forma ludica, viene accettato e appreso dai
bambini con maggiore facilità, il valore aggiunto del Tititom sta nellintegrazione
tra movimento, suono e produzione vocale e questo evento da luogo ad una
sinergia che aiuta il superamento del blocco.
Dott.ssa Fawzia Selama