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Il Metodo musicale Luciano Titi e il tititom (lo strumento che ne realizza i contenuti), attraverso una soluzione del tutto innovativa sotto il profilo della didattica, permette anche ai più piccoli come  a tutte le età di accedere alla musica in modo diretto ed immediato.

L'acquisizione della consapevolezza e della padronanza degli aspetti teorico-musicali veicolata dall'esperienza diretta diventa così semplice e divertente.

Sotto il profilo della didattica, il metodo è ideale per la scolarizzazione musicale di base e mette in condizioni anche insegnanti non preparati musicalmente di poterlo utilizzare. Le implicazioni fortemente interdisciplinari del metodo consentono inoltre un lavoro trasversale che investe gli aspetti legati al movimento, alla lingua, alla matematica ed altre discipline.

Il tititom
Evitare una perdita e consentire una conquista

M.o Giorgio Fabbri
Past Director Conservatorio di Ferrara

Relazione del 6 giugno 2011

Il primo e più importante valore del tititom sta nell’entusiasmo appassionato del suo creatore, Luciano Titi. Entusiasmo e passione che si traducono in quella flessibiltà e disponibilità accogliente, che sono fondamentali per lo sviluppo di un’idea innovativa. Anziché arroccarsi su posizioni rigide e preconcette, l’atteggiamento di Titi è invece molto aperto, disponibile, pronto a orientarsi o dis-orientarsi, secondo le necessità. Questo significa che il suo focus, più che essere rivolto verso se stesso, è precisamente direzionato a trarre dall’idea il massimo delle possibilità, in modo da poter avvicinare il maggior numero di persone allo studio della musica.

Questo aspetto è particolarmente rilevante, perché lascia presagire la possibilità di ottenere dal progetto un numero elevato di applicazioni, come già in fase di presentazione è stato possibile constatare.

L’idea del tititom è perfettamente coerente con le esigenze che si presentano, anche con carattere di urgenza, nel momento culturale e sociale che stiamo vivendo.

Il valore principale del progetto sta, a mio parere, nella possibilità di ottenere due precisi risultati: da un lato consente di evitare una perdita, e dall’altro permette di favorire una conquista.

Partiamo dalla perdita. A quale perdita mi riferisco?

C’è un problema molto grave che da tempo caratterizza lo studio della musica in Italia, con particolare riferimento ai Conservatori di Musica (e forse anche in molte altre scuole di musica private che ne imitano l’organizzazione): l’elevatissimo tasso di abbandono degli studi prima della loro conclusione.

Il numero di studenti che inizia gli studi musicali continua ad essere elevato. Le domande di ammissione in un Conservatorio di dimensioni medio-piccole come quello di Ferrara supera con facilità ogni anno le 150 unità, per avvicinarsi spesso alle 200 persone che chiedono di accedere agli studi musicali, in una struttura che ha veste professionale come quella di un conservatorio. Di essi trovano posto nell’istituto dalle 50 alle 80 unità, secondo le diverse disponibilità di posti, che sono a numero chiuso.

Quanti sono, d’altra parte, gli studenti che si diplomano ogni anno? Le statistiche ci dicono che difficilmente superano le 8/10 unità! Ciò significa che, a fronte di un elevato numero di ingressi, gli studenti che abbandonano gli studi prima del tempo rappresentano una percentuale elevatissima.

Le cause dell’abbandono sono tante e non è questa la sede opportuna per sviscerarle tutte. Certamente l’approccio in prevalenza cattedratico, l’avvicinamento allo studio teorico con pratiche obsolete come quelle del solfeggio parlato, la totale assenza della musica di insieme nei primi anni di studio, l’esclusione del coinvolgimento del corpo e della componente ludica, la collocazione in posizione secondaria dell’interesse per sviluppare il piacere di far musica, possono essere alcune delle cause più determinanti.

Le potenzialità del tititom nel trovare soluzioni  a queste problematiche e nel favorire quindi la fidelizzazione allo studio della musica, specie per chi vi si avvicina per la prima volta, sono state del tutto evidenti nel corso della presentazione dello strumento effettuata lunedì 6 giugno a Ravenna.

In particolare è stato evidente come l’approccio allo strumento preveda modalità di azione collettiva, che passano attraverso la componente ludica e coinvolgono tutte le facoltà sensoriali del bambino: quelle visive, quelle tattili, quelle uditive e quelle cinestesiche, legate alla corporeità. Ciò fa dello strumento una risorsa eccellente, perché va a coinvolgere nei processi di apprendimento la parte più efficace della mente, ovvero quella emozionale, che è radicata nei sistemi limbici del cervello, di gran lunga i più efficaci nel rendere stabile e duraturo il processo di apprendimento.

Abbiamo visto, forse per la prima volta, i bambini sorridere e gioire nel realizzare seri e rigorosi esercizi ritmici a più parti, nell’organizzare spazialmente la struttura delle forme ritmiche, nell’entrare con facilità nei processi di traduzione notazionale delle frasi musicali.

Senza contare la disinvoltura con la quale i bambini si sono prodotti nell’esecuzioni di strutture “irregolari”, a 5 o a 7 o a 10. Particolarmente significativo il passaggio attraverso la corporeità, con movimenti delle parti del corpo, associate a figure ritmiche e all’emissione di suoni, tutti percorsi certamente di grande efficacia nel favorire l’avvicinamento alla musica dei più piccoli.

Il tititom contiene quindi una speranza, quella che coloro che si avvicinano allo studio della musica, vi trovino gioia, entusiasmo, facilità, condivisione, socializzazione, completezza, rispetto della persona, anziché barriere insormontabili, processi noiosi e ostili, esperienze lontanissime dalla reale azione musicale.

Evitare una perdita, ecco la prima possibilità dello strumento.

Segue poi la seconda potenzialità: quella di favorire una conquista.
A quale conquista mi riferisco? Quella degli adulti.

Immagino molte volte una società nella quale la musica non sia dominio soltanto dei musicisti, ma sia un linguaggio a  disposizione di chiunque, di qualunque età, condizione, razza, o estrazione sociale. Il tititom in questo senso è uno strumento del tutto democratico, alla portata di chiunque.

Nella mia esperienza di musicista che si dedica anche alla formazione aziendale e manageriale, ho provato e provo tuttora a cercare di far vivere alle persone l’esperienza dell’esecuzione strumentale o vocale, poiché trovo in essa straordinarie potenzialità formative. Il tititom può essere quello strumento che mancava, per consentire anche ad adulti che non hanno mai suonato o cantato, di poterlo fare con piena cognizione di causa, con piena padronanza delle forme e delle strutture musicale, perfino pensando di poter giungere in breve tempo a leggere la musica.

La semplicità e l’efficacia nell’utilizzo dello strumento potrà essere facilitatrice nella realizzazione di attività formative tipicamente aziendali. Ad esempio nel lavoro in gruppo, la distribuzione dei diversi compiti, l’ascolto e il rispetto degli altri, la concentrazione e la focalizzazione sugli obiettivi, potranno essere facilmente sperimentati in chiave musicale con l’ausilio del tititom, potendo uscire dalla logica dell’improvvisazione o della ripetizione per imitazione, per entrare direttamente nelle logiche di costruzione vera e propria del linguaggio musicale.

E poiché tutti gli adulti hanno ancora vivo dentro di sé il loro bambino interiore, tutto ciò potrà essere fatto coinvolgendo nei processi di apprendimento la parte più potente e importante della mente, quella legata ai sistemi emozionali, capaci di influire con forza nella stabilizzazione del sapere e nel radicamento della memoria.

La prima sera che incontrai Luciano Titi, c’era con lui una persona adulta, di professione commercialista, che con molta disinvoltura, orgoglio e autocompiacimento, fu in grado di ritrascrivere e riprodurre consapevolmente una struttura ritmica che aveva studiato col tititom un mese prima. Musica scritta su un tovagliolo di carta, battendo il tavolo con un cucchiaio.

C’era molta emozione negli occhi del commercialista, quasi incredulo di aver potuto appropriarsi in modo così semplice di un codice ritenuto fino ad allora inaccessibile. Credo che aver saputo suscitare quell’emozione sia uno dei più grandi valori dell’invenzione di Luciano Titi. Essa simbolicamente rappresenta il miracolo che potrebbe accadere, in un tempo non lontano in cui tutti, piccoli e grandi, possano avvicinarsi alla musica con lo stesso rigore, e al tempo stesso con la stessa emozione, lo stesso orgoglio e lo stesso profondo compiacimento del nostro amico commercialista.




Relazione del M.o Antonello Farulli tenuta il 6 giugno 2011 a Ravenna

Buon pomeriggio e grazie per essere qui. Molti di coloro che operano nell’ambito dell’educazione e dell’istruzione musicale, si chiedono spesso a che punto sia arrivato il nostro Paese. Vi sono segni buoni e segni cattivi. Di questi ultimi non vorremmo oggi parlare. Certo che, anche a voler essere ottimisti desta qualche perplessità che per parlare di uno strumento con funzioni ritmiche si sia arrivati a chiamare un povero violista come me. 

Più seriamente, vorrei dire che c’è un’Italia nella quale si rincorrono le notizie di chiusura di iniziative artistiche e didattiche. E c’è un’intera classe politica per la quale con la cultura e con l’educazione “non si mangia”. 

Invece oggi vi parliamo di un’altra Italia, di quella della passione, della ostinata determinazione di quelli che non vogliono mollare. E c’è, soprattutto, uno schieramento che sta divenendo il vero “fronte” politico della nostra società. C’è tutta una Italia nascosta che lavora in questa direzione, ed è una Italia che non ha nessuna luce, nessun palcoscenico. Noi lo vediamo quando si assegna a Fiesole il Premio Abbiati per la Scuola, quando scopriamo decine e decine di progetti fatti da umilissimi insegnanti della primaria e della secondaria. Progetti fatti di materiali poveri, spesso con uno strumentario francescano e ricchi solo di amore e di passione. È lo schieramento di coloro che credono fermamente nell’incredibile potenziale delle facoltà intellettive dell’essere umano e della necessità di nutrirle e di sollecitarle fin dalla prima infanzia. A maggior ragione, che all’interno di questo prestigioso Festival si produca la presentazione di un metodo per la diffusione facilitata del ritmo costituisce una commovente e meravigliosa eccezione. Luciano Titi fa parte, di questo schieramento con il suo accento romagnolo, con il suo ingegno tipicamente italico di vedere le cose che altri non son capaci di immaginare e di farne strumenti di gioia, di allegria e ciò che è più importante di gioia e di allegria per tutti. Ma anche in questo caso, invece di scivolare nella facile retorica del suo “talento” mi piace collocare il suo “oggetto” da un punto di vista storico. Luciano Titi, infatti, appartiene ad una lunga tradizione di “insoddisfatti” della pedagogia musicale che ha illustri predecessori. Trovo necessario, qui, richiamarne brevemente, tre nel campo specifico della ritmica. Lo faccio non per dare sfoggio di un sapere accademico, ma perché la didattica musicale viene ancora oggi insegnata, quando e se lo si fa, come un elemento indipendente dagli indirizzi della pedagogia e della cultura tout court. Si insegna, quando va bene il modo di “impostare” l’allievo, qualche volta secondo una prospettiva funzionale, altre semplicemente enunciando i concetti. E lo si fa come se suonare il violino, per esempio, non fosse, da un lato una complessa operazione semiologica, dall’altro non comportasse una raffinata educazione del controllo del corpo e per ultimo non fosse uno strumento, forse il più sofisticato per comprendere se stessi in relazione agli altri. Ogni metodo, anche il più specifico, fa infatti parte di una filosofia e di un universo concettuale più vasto. Credo sia arrivato il momento di ricucire questa frattura, anche e soprattutto perché la musica ci appare in questo scorcio di apertura del terzo millennio come lo strumento privilegiato dello sviluppo di tutte le intelligenze. La musica d’insieme, in particolare appare essere oggi, non lo diciamo noi, ma ce lo dicono le neuroscienze, l’unica disciplina, nell’epoca delle intelligenze multiple, capace di comporle, di svilupparle armonicamente e al di là del significato individuale e sociale, darne forma concreta con un risultato artistico vero, reale. La Conoscenza delle proprie emozioni, ossia la capacità di riconoscere un sentimento nel momento stesso in cui si presenta. Quella che si chiama intelligenza intrapersonale.

Il controllo delle proprie emozioni attraverso una tecnica strumentale che non può conoscere una totale perdita di controllo. La motivazione di se stessi come capacità di dominarsi per raggiungere un obiettivo. Il riconoscimento delle emozioni altrui, ovvero l’empatia, senza la quale è difficile avere un rapporto di collaborazione e di comunicazione con l’altro. La gestione delle relazioni ovvero l’intelligenza interpersonale. La capacità di resistere, e di giungere ad un comune obiettivo tutti insieme

Deve essere quindi chiaro a tutti che il lavoro di Luciano Titi si iscrive in questo percorso storico e il suo “atto d’amore”, permettetemi di chiamarlo così fa parte di un contesto preciso e importante. Mi piacerebbe chiamarlo di un atteggiamento. Troppo spesso ci si concentra su “cosa” insegnare e non su “come” insegnare, perché la musica soffre ancora del preconcetto di una istruzione destinata alla professionalità di coloro che vi sono portati e non all’educazione dell’essere umano. Nell’oggetto di Luciano vi sono entrambe queste preoccupazioni, quella di sollecitare l’intelletto e quella di costituire un approccio semplice, facilmente fruibile. Per questo a me sembra un “atto d’amore”. Il vero gesto didattico non è concepibile privo di questo slancio verso gli allievi. A maggior ragione non si può non ricordare lo spirito dell’opera Jaques Dalcroze tra fine ‘800 ed inizio ‘900 e il suo sforzo per reinventare una ritmica che fosse lontana da quella disciplina bizzarra e astratta che, ancora oggi, in tutti i nostri istituti musicali pubblici e privati è il solfeggio. Dalcroze aveva intuito qualcosa che è risultato sempre più chiaro nel corso del tempo e soprattutto in questi ultimi 30, 40 anni. E cioè che non è possibile immaginare una ritmica che non contempli e coinvolga l’uso del corpo nella sua interezza. Il corpo è considerato da Dalcroze, il primo strumento musicale. Fa impressione, talvolta guardare filmati di straordinari strumentisti del passato e confrontarli con quelli di oggi. Dunque la ritmica dalcroziana è una educazione alla musica per mezzo della musica stessa. Quella ricerca è stata tanto intensa da produrre grandi effetti sia in ambiti artistici (danza e teatro per primi), ma anche in pratiche terapeutiche (psicomotricità, trattamento di handicap fisici e mentali). La sua era una didattica incentrata tanto sul singolo quanto sul gruppo, e, ciò che più ci interessa qui oggi, le spiegazioni degli esercizi erano estremamente limitate, elementari, perché l’attività iniziava con una percezione a livello motorio per poi, solo in seguito, allargarsi alla sfera cognitiva. Pochi concetti per poi partire con le attività vere e proprie. In questa concezione gli oggetti avevano un ruolo fondamentale in quanto capaci di aiutare ad assumere consapevolezza corporea e a strutturare lo spazio, divenendo spesso fonte di contatto tra più persone. In campo specificamente musicale, invece, un importante contributo lo introdusse il libro di Paul Hindemith (mi dispiace per voi, ma si tratta di un altro violista). Il libro si chiamava Elementary training for musicians, ma in italiano la traduzione tradisce subito una certa durezza accademica: Teoria musicale e solfeggio. In realtà il sistema di Hindemith è dal punto di vista della semplicità assolutamente geniale e contempla esercizi di sviluppo della coordinazione, sul modello di certi metodi per percussionisti, che producono rapidamente un effetto positivo, assai di più della italica verbalizzazione delle note. La verbalizzazione delle note della tradizione italiana non è di per sé sbagliata. Contiene infatti un elemento di concreta validità. Il suo presupposto è che la velocità con cui si elaborano gli impulsi che permettono la parola, il nome della nota, sollecitano il sistema nervoso e lo coordinano al gesto della mano o del braccio. Non è sbagliato pensare che se un impulso è veloce e coordinato, ciò costituirà un buon inizio di un percorso ritmico, sempre se non si studiano a memoria i solfeggi. Ma da questo inizio al coinvolgimento del corpo nell’attività ritmica e alla concezione mentale di ritmi complessi, da questo alla misurazione esatta della consistenza dei silenzi c’è ancora una notevole distanza. Da tutte queste esigenze, cioè quella del coinvolgimento del corpo e quella di una ritmica come sviluppo delle capacità di coordinazione del cervello, si è prodotta in Italia una didattica innovativa che però è circoscritta al solo sistema Suzuki. La persona che lo ha elaborato si chiama Elena Enrico, ed è una risposta alle frequenti rimproveri che si sentono a proposito del sistema Suzuki, voi sapete che si tratta di un metodo per violino, e che spesso viene criticato per il fatto che in una prima fase i bambini suonano per imitazione. A queste obiezioni il sistema Suzuki Italiano risponde con una ferrea preparazione ritmica degli insegnanti, e con un sistema di preparazione, prima della lettura delle note che eredita la preoccupazione di Dalcroze di coinvolgere tutto il corpo e che eredita dal sistema concepito da Rolland nei primi anni ’70, sviluppa l’indicazione di Hindemith a proposito della coordinazione e coglie molte delle novità che le neuroscienze hanno introdotto nella campo musicale. Sono infatti le neuroscienze che ci dicono che molta parte di ciò che noi chiamiamo talento è , invece , banalmente propriocezione, cioè la sensibilità che ognuno di noi ha per le singole parti del corpo e la sua capacità di gestirle. Vi sono molte iniziative (Musica in fasce e Gordon) che si occupano di quanto per il feto, ancora nel grembo materno sia importante l’ascolto della musica. . Il corpo si muove seguendo le emozioni, ed è attraverso il movimento del corpo che si costruisce la mente. Emozione, movimento, mente. Torneremo su questo concetto della tridimensionalità del ritmo quando illustrerò le qualità specifiche del Tititom. Ma è bene che sia chiaro sia questo schema, emozione (suono), movimento, formazione delle sinapsi, sia il percorso inverso. Infatti, allo stesso modo, quando l’emozione diviene consapevole nella mente trova attraverso il linguaggio dei sensi il modo di permettere al corpo di esprimersi. L’emozione è dunque, con certezza, parte integrante del processo cognitivo. Sembrerebbe dunque che molta della partita nella costruzione di ciò che volgarmente chiamiamo talento si giochi appena il bambino viene concepito. E qui arriva Luciano e la sua passione. Non c’è infatti alcun dubbio che la società italiana e molta parte di quella mondiale siano dalla parte di coloro che si accontentano di certificare il talento come dono divino. È vero, vi sono paesi, primo fra tutti il Venezuela, ma anche molta parte del Sud- America, di cui si parla troppo poco, e anche paesi avanzatissimi come la Finlandia dove si è scelta la musica come mezzo nobile dell’educazione dell’individuo, non come sistema di costruzione di giovani e dotati musicisti. Semplicemente per dare una forma di educazione al linguaggio che nel nostro paese è un diritto negato. Tutto ciò fa parte di una filosofia e di un atteggiamento che io chiamo illuministico. La domanda è se si può costruire un talento, ma soprattutto se possiamo restituire a tutti la possibilità di esprimersi musicalmente. Lo strumento di Luciano dà concretezza ad una considerazione di una disarmante semplicità: per ottenere un risultato musicale è necessario far precedere un'immagine mentale ad una azione muscolare. In campo strumentale, io la chiamo la ricostruzione mentale dei movimenti. Vale a dire la capacità dell’individuo di studiare un brano senza contatto alcuno con lo strumento. È la strada nuova che ci appare all’orizzonte per una consistente riduzione dei tempi di studio. C’è un altro basilare significato nel metodo di Luciano, ed è una verità di fondo che si dimentica troppo spesso. Se uno non fa una esperienza non sa fare una cosa. Ciò vale soprattutto in campo musicale. È la grande tragedia delle ore di attività musicale trascorse a scuola a parlare della biografia di questo o quell’autore o facendo qualche disegno ispirato dalla musica (Stefano e il romanticismo). La musica ha bisogno di esistere ed esiste solo se qualcuno le dà vita. Goethe, nei suoi Studi Morfologici, affermava: “ogni nuovo oggetto, se ben contemplato, dischiude in noi un nuovo organo”. Capita, spesso, che un grande pittore, piuttosto che un grande compositore, ci faccia “vedere” qualcosa che era rimasto nascosto ai nostri occhi, ai nostri orecchi. È il suono, o l’immagine che dischiude in noi l’occhio. Luciano ha inventato un sistema che risolve molte se non tutte le difficoltà a concepire il ritmo nelle sue varianti più complicate e sofisticate. Il suo Tititom crea uno strumento sonoro che è al contempo uno strumento concettuale, di creazione del pensiero, della mente. Non vi può essere, infatti, una esperienza di ritmo senza la percezione di una organizzazione o strutturazione di una forma ossia di un ordine. C’è, nel metodo di Luciano una attenzione, del tutto originale, direi da monaco buddista a connotare la pausa e il silenzio come entità concreta. Vi è in tutto questo un atteggiamento di derivazione buddista ad esserci senza per forza dover intervenire in modo attivo. Una espressione di attenzione silenziosa. Si tratta, come ho accennato di un modello ritmico tridimensionale che vede coinvolti tre soggetti: il suono (attraverso le membrane sonore), le emozioni (che derivano dall’attività stessa), i movimenti. La distanza tra il soggetto e il raggiungimento di questo risultato è cosa che compete al didatta o, come in questo caso, al genio dell’inventore. Il Tititom è concepito, lo si è detto, per essere usato in gruppo, o singolarmente. Vi confesserò che quando ci siamo visti per la prima volta con Luciano avevo due sole perplessità. Una riguardava una certa concezione “verticale del ritmo” che noi apprendiamo in  un modo che si rivela molto efficace per i pianisti, ma che non lo è per tutti gli altri strumenti, primi fra tutti quelli ad arco. Su questo tema il Tititom, e la sua capacità di adattarsi a qualsiasi posizione, la sua duttilità, mi ha profondamente rassicurato. L’altra preoccupazione era relativa alla conquista da parte dell’allievo in modo graduale di una notazione musicale. O meglio del passaggio da una concezione mentale ad una che potesse essere espressa graficamente. Particolarmente mi preoccupava la fascia di età dei bambini in età prescolare laddove la concezione stessa dello scrivere e leggere non sono, ovviamente, ancora sviluppate. Dopo una brevissima rassegna compiuta assieme su alcuni metodi, Luciano si è inventato rapidamente un linguaggio originale che tiene conto delle acquisizioni più recenti della pedagogia musicale e che a me è sembrato oltre che divertente, molto efficace. Il Tititom è uno strumento che dà concretezza e misurazione alla pulsazione ritmica e dà corpo alla pausa non come elemento passivo del ritmo ma come parte vibrante della musica. A me piace perché rappresenta la volontà di dare a molti, in un modo concreto e umile, la possibilità di impadronirsi di un linguaggio. Viviamo in un mondo dove l’apparenza ci dice che siamo in possesso di forme di comunicazione “assolute”. E più andiamo avanti in questa direzione più ci accorgiamo che le cose che abbiamo da dire e ciò che è consentito dire è, invece, sempre meno. L’educazione, e in particolare quella musicale, è divenuta sempre più costosa,  e mentre ci preoccupiamo, come è giusto, del disagio delle fasce sociali più deboli, la scuola, quella di tutti i giorni è priva dei mezzi della sua stessa sopravvivenza. Le attività musicali specifiche, in particolare e nei casi migliori, sono delegate all’esterno, proprio perché la scuola non ha né può permettersi le competenze specifiche di un linguaggio così complesso. È anche in questo contesto che dovete inquadrare il lavoro di Luciano Titi. Nella sopravvivenza di un atteggiamento artigianale, umile e concreto nel porgere soluzioni fruibili da tutti e, nella loro candida semplicità, intelligenti e risolutive,

grazie


 


 Relazione della Dott.ssa Luisa Garofani tenuta il 6 giugno 2011 a Ravenna

La musica è tra noi, nella vibrazione dell’aria e… dentro di noi. 

Non vi sarà immediatamente chiaro perché una psichiatra stonata parla qui, di mente, musica, comunicazione, scienza e umanità. Semplice!, sono stata profondamente affascinata dall’esperimento con il TITITOM di Luciano Titi, che conosco e che ringrazio per avermi affidato questo tempo con voi.

L’ho visto, l’ho provato con Luciano e sono certa delle potenzialità non solo artistiche e musicali, infatti  si è trasformato in strumento e in un metodo riproducibile  per avviare  una concreta rivoluzione sulla modalità di comunicazione umana.    Nello stesso tempo qualcosa risuonava dentro e ricomponeva in me  un mosaico di esperienza fatto di conoscenza professionale e  umana.

POSSONO LA MUSICA E L’ARTE ISPIRARE LA SCIENZA, LA RICERCA?

SI PUO’ MISURARE L’INTERAZIONE SOCIALE NON VERBALE, IL GRADO DI COESIONE SOCIALE, L’EMPATIA O IL CONTAGIO EMOTIVO?

Oggi si sa, le Neuroscienze, ci svelano ogni giorno attraverso studi e comparazioni con l’aiuto di strumenti sofisticati dove accade, in quale luogo fisico si materializzano le emozioni, le più diverse da quelle esaltanti a quelle mortificanti, da come mi innamoro a dove è localizzato il centro della paura,  ci fanno sapere  come e quanto siamo condizionati o liberati dalla conoscenza del funzionamento della mente.  

Vi voglio raccontare di quattro ricercatori scienziati di Parma diretti dal Prof. Rizzolatti , che  hanno scoperto nella scimmia macaco la presenza di neuroni senso-motori specializzati che hanno chiamato Neuroni Specchio

Lo so, sembra che in questo contesto non centri nulla, ma se aspettate un attimo vi dimostrerò  che c’entra  in un modo molto speciale. Questi neuroni sono stati trovati anche negli uomini e funzionano attraverso una rete fitta di connessioni per metterci in grado di conoscere come funzionano i comportamenti degli altri (nelle intenzioni e nelle finalità), prima di saperlo con il ragionamento.Sia la scimmia che l’uomo, possiedono una struttura fondamentale i N S che possiamo tradurre così:


Se un dato sistema di cellule neurali si attivano sia quando si compie un’azione che quando si osserva qualcuno che la compie, significa che per comprendere quello che si muove fuori abbiamo come un traduttore interno una via comune, una specie di scanner che ci fa attivare come se quello che vediamo e sentiamo lo mettiamo in atto fisicamente.


Come mai ci capiamo? 

La dotazione neuro-biologica, permette di fare dentro di me ciò che vedo fare fuori di me

Questo contatto crea un legame diretto tra chi invia e chi riceve un messaggio.

In seguito a questa scoperta cambia il modo di valutare le relazioni sociali. Fino a ieri utilizzavamo la metacognizione sociale (pensare ai contenuti della mente altri) utilizzando simboli e rappresentazioni della cultura; oggi possiamo dire che la conoscenza è il frutto di un accesso diretto al mondo dell’altro.

“Quando cerchiamo di comprendere il significato del comportamento altrui, il nostro cervello crea dei modelli di quel comportamento, allo stesso modo in cui crea modelli del nostro comportamento. Il risultato finale di questo processo di modellizzazione ci consente di comprendere e di predire le conseguenze dell’agire altrui, così come ci consente di comprendere e di predire il nostro comportamento.” (Gallese)

Tutti i possibili livelli di interazione tra le persone, quale che sia il grado di complessità e di specificità, riposano sullo stesso meccanismo funzionale: la simulazione incarnata (embodied simulation), cioè una simulazione legata imprescindibilmente a come siamo fatti e come funzioniamo nel mondo, che ci consente di costruire un bagaglio comune di certezze implicite su noi stessi e sugli altri.


La Comunicazione è basata sulla rappresentazione condivisa e il fondamento di questo sembra essere l’esistenza dei Neuroni Specchio, così possiamo dire che viene usato lo stesso sistema neuronale sia per comprendere le azioni degli altri sia per eseguire le proprie. 


Possiamo riassumere alcuni concetti in sintesi:


CONOSCO IL MONDO PER COME SONO FATTO IO 

LO SPECCHIO DEI NEURONI SPECCHIO CAMBIA CON NOI : SONO PLASTICI, quindi si possono addestrare aumentandone la sensibilità.

GRAZIE ALLA SIMULAZIONE INCARNATA RICONOSCO IN QUELLO CHE VEDO  per QUALCOSA CHE RISUONA DENTRO, DI CUI MI APPROPRIO FACENDONE ESPERIENZA E POSSO FARE MIO. L’ESPERIENZA MOTORIA DA’ SEMPRE UN VANTAGGIO PERCETTIVO.


 TUTTI NORMALMENTE POSSEDIAMO UNA DOTAZIONE CHE CI METTE IN CONTATTO CORPO A CORPO, prima che con la mente COSI’  COSTRUIAMO INSIEME IL PROCESSO RELAZIONALE FIN DALLE PRIME ESPERIENZA DI VITA IN CONTATTO CON L’ALTRO come nella relazione (MADRE-BAMBINO).

La storia di come gli uomini si evolvono ci dice che L’IMITAZIONE è un prerequisito fondamentale per lo sviluppo di tutte le abilità sociali, attraverso la comprensione di emozioni esperite dagli altri proprio per questo rispecchiamento reciproco, fondamento dell’empatia, apriamo l’angusto confine del nostro mondo.


E LA MUSICA?

L’esperienza di assistere ad un concerto, vedere i movimenti  del direttore d’orchestra, alza le braccia, trattiene il respiro, contrae i muscoli del volto… , nell’osservare con il fiato sospeso, noi siamo dentro quell’emozione con tutto di noi, mente e corpo, e il “luccichio” dei NS intensifica la profondità del nostro emozionarci insieme in un crescendo collettivo di intenzione e di fisicità.  

Apparteniamo alla stessa emozione la riconosciamo dentro il nostro corpo : la musica si fa azione dinamica, il gesto è il fulcro intorno al quale si costruisce la sintonizzazione che avviene e si attiva anche in chi ascolta come una simulazione dell’esperienza  nel nostro intimo corporeo.

Così come il gesto e la parola, sono un unico  sistema   coerente, la musica negli atti  esecutivi  del musicista, si rende leggibile come  il linguaggio, comporta un accoppiamento intimo tra la percezione e la produzione di  informazioni organizzate la cui struttura ha la capacità di comunicare significato ed emozione.

E’ la musica che accompagna in tutto il mondo riti, intrattenimento, porta un aiuto alla condizione umana, consola e ci predispone a stabilire relazioni: fare e ascoltare  musica sono tipologie molto più vicine di quello che si pensa.

Vediamo e comprendiamo con l’apparato visivo e con quello motorio. 

Il coinvolgimento è fisico quasi come se guardare e ascoltare mi sollecitasse  a sperimentare fisicamente sensazioni coerenti con quello che sto guardando. L’idea sonora che interpreta il musicista prende forma sia sul piano uditivo che sul piano gestuale 


L’esecuzione musicale, può essere considerata un atto di natura sociale capace di evocare risonanze di natura senso-motoria ed affettiva sia per chi esegue che per quelli che ascoltano, ha una profonda natura intersoggettiva dove entrambi partecipano involontariamente all’atto musicale.


LA NEUROESTETICA

V.Gallese e D. Freedberg concentrano l’attenzione anche sui meccanismi neuronali che assecondano il potere empatico delle immagini .     Sembra che ci sia una immedesimazione dell’osservatore nella gestualità della produzione di un opera d’arte, una sorta di imitazione fisica e interiore della gestualità espressa visivamente.         Attraverso la simulazione incarnata,  per l’esistenza del sistema senso-motorio, siamo tutti coinvolti nel riconoscimento delle emozioni espresse dagli altri perché permettono la ricostruzione interna di cosa stiamo provando attraverso la simulazione dello stesso stato corporeo.


E il TITITOM?  

Apre infinite possibilità di comunicazione non solo sulla musica , coinvolge l’apprendimento diretto, la possibilità di sperimentare l’ emozione creativa prima della cosiddetta educazione musicale 

questo semplice strumento anche alla luce della scoperta dei Neuroni Specchio, che credo sia un mezzo per attivare la qualità umana dell’ immaginazione, della creatività  e della conoscenza; una base comune da sviluppare insieme per dare senso e fiducia all’incontro con l’altro.    

LA MUSICA EMOZIONA E CREA COESIONE SOCIALE SENZA LE PAROLE

Il TITITOM e i neuroni specchio, strumento e fondamento di questa possibilità.




Relazione tenuta il 6 giugno 2011 in occasione della presentazione della Dott.ssa Fawzia Selama, Logopedista e cantante. 

Da quando Luciano Titi mi ha mostrato il suo metodo chiedendo il mio parere su una eventuale applicabilità del Tititom in ambito logopedico, la prima cosa che mi è venuta in mente è stata che uno strumento del genere potesse essere utilizzato negli screening per le abilità linguistiche che si fanno presso le scuole materne sui bambini che frequentano l’ultimo anno. I risultati dei test sono molto utili perché evidenziano difficoltà che, se diagnosticate precocemente, possono essere trattate e in buona parte risolte al fine di evitare che possano evolvere in veri e propri disturbi di apprendimento. Ho avuto l’occasione e il piacere di co-condurre insieme a Luciano , un’esperienzapresso una scuola materna del territorio nel quale opero, con una sezione omogenea di 18 bambini di 5 anni divisi a gruppi di 3 con competenze motorie nella norma. Aldilà dell’entusiasmo che tutti i bambini hanno manifestato, l’aspetto interessante è stato osservare che i soggetti che incontravano difficoltà nell’acquisizione delle sequenze ritmiche, miglioravano sensibilmente la loro prestazione già nell’arco della medesima seduta ed erano gli stessi che le insegnanti, a sessione conclusa, ci hanno segnalato come bambini con problemi di carattere cognitivo,emotivo ed espressivo. Nella mia pratica clinica, sto sperimentando come il Tititom possa essere utilizzato nella terapia logopedica nei disturbi specifici di linguaggio in cui sia compromesso l’aspetto fonologico, quello che riguarda la costruzione della frase o entrambi. Nel primo caso il materiale viene utilizzato associando a ciascuna sillaba un elemento di un dato colore, nel secondo i singoli elementi vengono contrassegnati da un simbolo che corrisponde ad un morfema. Dando per acquisito che tutto ciò che viene proposto in forma ludica, viene accettato e appreso dai bambini con maggiore facilità, il valore aggiunto del Tititom sta nell’integrazione tra movimento, suono e produzione vocale e questo evento da luogo ad una sinergia che aiuta il superamento del blocco.

Dott.ssa  Fawzia Selama                                          

      
Un nuovo innovativo metodo di insegnamento ideato da Luciano Titi per apprendere e praticare la musica verrà presentato in anteprima insieme al Tititom (lo strumento che ne realizza i contenuti).  
Un sistema di apprendimento che permette di accedere rapidamente alla conoscenza ed alla pratica del ritmo, delle durate, della notazione della musica d’insieme. Ideale per la scolarizzazione di base, per i docenti di musica e di danza, molto utile anche ai musicisti e agli appassionati ma, soprattutto, ottimo strumento terapeutico nella sperimentazione rivolta a bambini portatori di disturbi dell’apprendimento.

L’efficacia, il funzionamento e le possibili applicazioni del metodo Titi saranno al centro dell’iniziativa del 6 giugno.  Professionisti di rilievo di varia formazione, tanti sono gli ambiti in cui può essere utilizzato, illustreranno gli aspetti teorico pratici e i risultati delle esperienze sperimentali fin qui condotte: psichiatria, linguaggio e psicomotricità tanto per fare alcuni esempi. Saranno presenti inoltre gli alunni della scuola elementare Mordani, guidati da Catia Gori, che hanno praticato il metodo sperimentale e che per l’occasione, daranno alcune dimostrazioni dei risultati ottenuti. In città la sperimentazione è stata praticata  anche in alcune scuole materne comunali, di concerto con l’Istituzione infanzia e istruzione, così come a Cagliari (comprensorio di Quartucciu), ad Alghero su decine di scolaresche delle elementari e delle medie e ai bimbi della materna di Tignano (Bologna) in collaborazione con  la psicomotricista Cristina Burnacci. Luciano Titi ha seguito anche direttamente in modo mirato decine di piccoli gruppi nel proprio studio. “Si tratta di un sistema di apprendimento innovativo e veloce – spiega l’ideatore del metodo Luciano Titi- per imparare e riconoscere il ritmo, ed è particolarmente adatto ai bambini di età compresa fra i 4 e 14 anni. Dieci anni fondamentali per il loro sviluppo ed equilibrio psico emozionale in cui la musica può dare un grande  arricchimento. Tanto da avere già dato buoni risultati anche con ragazzi affetti da disturbi sensoriali, sordità, dislessia e da difficoltà psicomotorie”. 

“Durante i miei 25 anni di attività di musicista e compositore ho sempre affiancato una costante ricerca nell’ambito della didattica musicale rivolta soprattutto ai bambini oltre che ai formatori. La mia è stata una scommessa partita da un desiderio: allargare quanto più possibile l’accesso alla musica, eliminando le barriere che, di fatto, la rendono difficile e complessa. Posso affermare di aver realizzato un traguardo Importante: il sistema didattico che ho ideato si fonda sulla capacità fondamentale ed innata in ogni bambino (ma anche di ogni adulto) che permette di fatto di entrare immediatamente nella musica (non in qualcosa di “prossimo” come nel caso della propedeutica musicale) in modo creativo e divertente. Bastava trovare la chiave giusta. Oggi il risultato è quello di vedere i piccoli fare subito uso della musica applicandone naturalmente i principi fondamentali, sia da soli che insieme agli altri suonando vari tipi di strumenti e divertendosi. E’ bello vedere – aggiunge – che questi bambini diventano subito dei piccoli compositori, data la velocità con cui imparano a creare la musica e le competenze. Ma soprattutto che ciò che viene appreso rimane stabile nella loro crescita formativa diventando, all’occorrenza, una importante risorsa per il Loro domani. Quasi a favorire  uno sviluppo della personalità  “in crescendo rossiniano”, tanto per usare una metafora in tema. 

Aggiungo inoltre che, in ragione di ciò che emerge dalla ricerca sugli handicap infantili, che correlano spesso disturbi dell’apprendimento a quelli  motori, il mio metodo aiuta i bambini con difficoltà di questo tipo ad avere significativi miglioramenti che vanno oltre l’aspetto musicale, favorendo la socializzazione e la comunicazione. Per realizzare tutto questo è stata ed è di fondamentale importanza l’interdisciplinarità; questo sistema si avvale anche di una mappa pedagogica trasversale per legare l’apprendimento musicale a quello del movimento (danza), della lettura e della scrittura, della matematica, funzionando come un catalizzatore di apprendimenti. Tutto questo anche per affermare un sapere olografico di cui è chiara la crescente esigenza nella società contemporanea”. 

Tratto da una intervista di Patrizia Cevoli.


                                                  


Confermo il mio grande interesse per il tititom che scioglie d'incanto qualsiasi difficoltà ritmica e dinamica già dalla più tenera età.

Un miracolo che solo la tua dedizione alla ricerca poteva ottenere.


Cristina Mazzavillani Muti 

Presidente Ravenna Festival


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